15 novembre 2017

Afromimus e la Sindrome di Elaphrosaurus


Sereno (2017) descrive i resti frammentari di un theropode di dimensioni medio-piccole (lunghezza totale stimata attorno ai 3 metri) dal Cretacico Inferiore del Niger, ed istituisce Afromimus tenerensis. L'unico esemplare noto di questo nuovo taxon comprende alcune vertebre caudali intermedie e distali, due archi emali, buona parte della tibia e fibula parzialmente ossificate all'astragalo-calcagno. Sereno (2017) riferisce Afromimus a (la parte basale di) Ornithomimosauria, e revisiona in parte la diagnosi e descrizione dell'altro ornithomimosauro africano, Nqwebasaurus. I caratteri che Sereno (2017) cita come potenziali sinapomorfie ornithomimosauriane in Afromimus sono principalmente a livello delle vertebre caudali e degli ungueali del piede.
Io sono scettico verso questa interpretazione, e ritengo che Afromimus non sia un ornithomimosauro. In particolare, il tibiotarso non mostra particolari affinità con gli ornithomimosauri, mentre è molto simile a quello di vari abelisauroidi gracili. Nonostante Sereno (2017) noti delle similitudini con gli abelisauroidi, esse vengono da lui considerate convergenze. Egli confronta Afromimus con i resti (purtroppo ancora non descritti ufficialmente) di un noasauridae dalla medesima formazione, e nota delle differenze che non avvalorerebbero uno status noasauridae. Faccio notare che nulla vieta la presenza di due abelisauroidi di tipo gracile nella medesima formazione, quindi le differenze con l'altro noasauride di per sé non sono prova che Afromimus non possa essere un abelisauroide.
Da notare che Sereno (2017) non si avvale di una analisi numerica per sostenere questo scenario filogenetico, quindi non viene testata una eventuale posizione a larga scala in Theropoda.

Immesso in Megamatrice, Afromimus risulta un Noasauridae Elaphrosaurinae. Occorrono 11 steps supplementari per collocare Afromimus nella parte basale di Ornithomimosauria: questo scenario alternativo è quindi meno plausibile.

Sembra un copione già letto...
Ci ritroviamo quindi l'ennesimo caso di un abelisauroide africano scambiato per ornithomimosauro basale?

Bibliografia:
Sereno P.C. (2017). Early Cretaceous ornithomimosaurs (Dinosauria: Coelurosauria) from Africa. Ameghiniana 54: 576–616.

12 novembre 2017

Desideri inesplicabili

Questo post rappresenta l'anticamera di una serie speciale, in arrivo prossimamente.

Di recente, mi sono imbattuto in un post di Darren Naish che si può ricondurre a questa domanda: se tu potessi esaudire un desiderio, relativo alla scoperta di nuovo fossile, cosa vorresti che fosse scoperto? Ho rivolto una domanda analoga ai follower della pagina Facebook del blog, ed i risultati sono stati interessanti. In generale, a domande come questa gli interpellati rispondono elencando i propri desideri relativi a questioni paleontologiche irrisolte.

Un Tyrannosaurus adulto con tracce dettagliate di pelle. Uno scheletro completo di Spinosaurus. Un nuovo fossile che colma una lacuna nella transizione agli uccelli.

Questi sono desideri "interpolativi", che colmano lacune note, e si collocano nei gap del tessuto conoscitivo che noi abbiamo costruito dai fossili scoperti fino a ora. Oppure, ci sono i desideri "estrapolativi", che estendono l'attuale range di conoscenza oltre i suoi attuali confini, estrapolando (quindi, proseguendo) il trend di conoscenze costruito finora.

Un ceratopside in Asia Centrale. Un dinosauro piumato del Triassico. Uno spinosauride maastrichtiano.

Nelle mia esperienza paleontologica, ho fatto studi su fossili che si sono rivelati scoperte sia interpolative che estrapolative. Aurornis era un tassello interpolativo "prevedibile" lungo la transizione agli uccelli. Machimosaurus rex un tassello estrapolativo del range stratigrafico e dimensionale dei teleosauridi.

Eppure, c'è anche una terza categoria di desiderio, forse la più audace: un fossile talmente nuovo ed inatteso che non possiamo nemmeno immaginare, perché del tutto aldilà delle nostre aspettative, prospettive e previsioni, sia interpolative che estrapolative. Ovvero, la scoperta pura, che non si può collocare all'interno delle attuali conoscenze né come continuazione di quelle precedenti: qualcosa che crea una nuova regione della conoscenza, non prevista precedentemente.
In genere, questa terza categoria è quella meno esplorata dai desideri: probabilmente, perché anche nella fantasia tendiamo ad essere conservatori (sia quando interpoliamo che quando estrapoliamo), ma mai veri creatori. Ciò, nella scienza, è anche giustificato: la creatività pura, senza supporto empirico, può difatti sfociare nel fantastico e nel mitico, ed uscire dalla scienza.
In alcuni, rari casi, però, Madre Natura ci viene incontro, regalandoci qualcosa che, di fatto, è una realizzazione della terza categoria di desideri. Dopo tutto, non è forse vero che ci sono più cose in cielo ed in terra di quante ne possa concepire la nostra filosofia (paleontologica)? 
Ed è proprio ad un episodio di questo tipo, eccezionale nel senso più puro del termine, che dedicherò prossimamente una serie di post.
Restate sintonizzati!

11 novembre 2017

Una Soluzione Etica e Sostanziale all'Affare Ajacingenia


Nel genere cinematografico poliziesco e d'azione, esiste una coppia stereotipata, la così detta coppia "poliziotto buono - sbirro cattivo". Entrambi i membri della coppia sono "dei buoni" ed entrambi combattono il crimine, ma risultano antitetici da un punto di vista "aristotelico". Il poliziotto buono è generalmente "formale", vuole rispettare le regole sempre e comunque, ed è perfettamente aderente al regolamento. Egli incarna l'idea che le regole siano da rispettare sempre e comunque, costi quel che costi. Lo sbirro cattivo è invece allergico alle regole, non rispetta il regolamento e tende a fare "a modo suo". Egli incarna l'idea che la giustizia e l'etica sono più importanti della forma, e che il nobile fine di far trionfare la giustizia richiede ai buoni, a volte, di "agire da cattivi". Generalmente, la simpatia dello spettatore va verso "lo sbirro cattivo", se non altro perché spesso la trama di questi film è proprio incentrata sulla necessità di "sporcarsi le mani" e "violare il regolamento" per combattere il crimine. Una scena classica di questi film è appunto il momento in cui lo sbirro cattivo spiega all'amico poliziotto buono che, a volte, occorre violare il regolamento proprio per mantenere in vita il senso stesso di quel regolamento. Perché, dopo tutto, le regole sono fatte per essere infrante. e la forma ha senso solamente in funzione della sostanza.

Vi ricordate il brutto affare che coinvolse la revisione tassonomica dell'oviraptoride "Ingenia" yanshini? Ne parlai alcuni anni fa, quando scoprii (e denunciai su questo blog) che un certo Easter, autore della "revisione" di Ingenia (revisionato con il nome di Ajacingenia), aveva scritto quell'articolo plagiando il blog di Mickey Mortimer e non contattando Rinchen Barsbold, paleontologo mongolo di fama internazionale, ancora in vita ed autore della specie originaria "I." yanshini, quindi non coinvolgendolo nella revisione della specie istituita proprio da Barsbold nel 1981.
Formalmente, il nome "Ajacingenia" è pienamente valido, perché rispetta tutte le regole del Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica. Secondo l'approccio del "poliziotto buono", il nome Ajacingenia chiude la faccenda, e deve essere usato. Eppure, io ho più volte sottolineato che tale nome è, per quanto "formalmente buono", "sostanzialmente cattivo", sbagliato ed ingiusto. Pertanto, io non lo ritengo un termine scientificamente valido, per questioni "etiche" più che formali: usare quel termine significa avallare un episodio di plagio e di scorrettezza etica. Oltre che ingiusto nella sostanza, esso diventa un pericoloso precedente di vandalismo tassonomico e cattiva condotta professionale.
Altri preferiscono "rispettare il regolamento" e ignorare la questione etica: essi dicono che siccome Ajacingenia è formalmente valido, non ci sono motivi per non usarlo. Io la penso diversamente. Forse perché io non sono un poliziotto buono, ma uno sbirro cattivo: una persona poco rispettosa della forma ma molto attenta alla sostanza.

All'inizio di questo anno, ricevetti la richiesta di fare la revisione tecnica ad un manoscritto scritto da Greg Funston, Mendonca, Currie e Barsbold, avente come oggetto una dettagliata revisione anatomica e tassonomica degli oviraptorosauri dal Bacino del Nemegt. In questo articolo, gli autori revisiovano la morfologia di "Ingenia" ed usavano il nome "formalmente valido" di Ajacingenia. Alla fine della mia revisione, inclusi una nota non vincolante, ma che mi auguravo che gli autori avrebbero preso in considerazione: evitare di usare Ajacingenia, per i motivi etici che ho menzionato prima, e di "aggirare il codice" proponendo la seguente soluzione:

In tutte le recenti filogenesi degli oviraptorosauri, "Ingenia/Ajacingenia" yanshini risulta sister taxon di Heyuannia huangi, un oviraptoride cinese. I due oviraptoridi sono molto simili, in particolare nella inusuale morfologia robusta della mano, al punto che le differenze tra i due olotipi sono a livello di dettagli minori. Pertanto, proposi, perché non abbandonare Ajacingenia (per motivi etici sostanziali) e proporre una "espansione" del nome Heyuannia, così da includere al suo interno non solo la specie huangi, ma anche la specie yanshini? Ovvero, proposi a Funston et al. di istituire una nuova combinazione "Heyuannia yanshini" al posto di "Ajacingenia yanshini". Dato che il genere Heyuannia è stato istituito 11 anni prima di Ajacingenia, esso è un potenziale sinonimo senior di questo ultimo, e quindi ha priorità nel caso i due nomi si riferiscano al medesimo taxon. Pertanto, "espandendo" l'inclusività di Heyuannia (non più associato ad una sola specie, ma a due), si rende inutile la necessità di Ajacingenia. In questo modo, sicuramente poco formale, ma sostanzialmente valido e comunque permesso dal Codice, si rimuoveva alla radice il problema etico generato da Ajacingenia.

Notate che non ci sono motivi per rifiutare questa opzione: esattamente come Gorgosaurus libratus e Albertosaurus libratus sono due alternative valide per il medesimo taxon (dipende da quanto inclusivo consideriate il nome Albertosaurus), allo stesso modo possiamo usare Heyuannia yanshini e Ajacingenia yanshini. Con la differenza, per me sostanziale, che Heyuannia yanshini è eticamente più accettabile di Ajacingenia yanshini.

Da Funston et al. (2017)


Ieri, l'articolo di Funston et al. (2017) è stato pubblicato. Gli autori hanno accolto il mio suggerimento e propongono la combinazione Heyuannia yanshini.
Essi scrivono:

Barsbold (1981) originally described this oviraptorid as “Ingeniayanshini, but the genus was preoccupied by a nematode. Despite recognition of the taxonomic issue, it was not resolved until Easter (2013) coined “Ajancingenia”. There are, however, several ethical problems with the study of Easter (2013), including the plagiarism of text and a figure. Hence, despite the validity of ‘Ajancingenia’ under the ICZN, we propose synonymizing Ajancingenia and Heyuannia to avoid an ethical dilemma. This synonymy is supported by recent oviraptorosaur phylogenies (Lamanna et al., 2014; Funston and Currie, 2016; Lü et al., 2016), which find H. yanshini and H. huangi as sister taxa.


Funston mi ha personalmente risposto ieri, via Facebook, ringraziandomi per aver proposto una "soluzione elegante" ed eticamente risolutrice alla controversia tassonomica. Io, ovviamente, seguirò questa proposta, non tanto perché l'ho proposta io, ma perché mi pare veramente la soluzione più corretta, nella sostanza, ad una brutta faccenda di plagio e vandalismo tassonomico.

Bibliografia:
Funston, G.F. et al. (2017) Oviraptorosaur anatomy, diversity and ecology in the Nemegt Basin. Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology http://dx.doi.org/10.1016/j.palaeo.2017.10.023

08 novembre 2017

Billy e il Clonesauro: Jurassic Peer (Review)

Decisione sul manoscritto 1993-06-11-B
[Hammond J., Arnold J., Muldoon R., Nedry D., Wu H.
"Exceptional genomic preservation and in vivo conservation of Mesozoic pan-avian megafauna"]

Gentile Prof. Hammond,

il Suo manoscritto intitolato "Eccezionale preservazione genomica e conservazione in vivo di megafaune mesozoiche pan-aviane" è stato valutato dai nostri revisori, i quali hanno riportato una serie di criticità nei commenti che allego qui sotto.

Cordialmente,

Dr. Donald Gennaro
Editore Senior
[nome di super-giornale molto impattante]


Revisore #1 (Commenti agli autori):

Apro questa revisione con una nota personale. Ammetto di essere rimasto sorpreso nel ricevere questa richiesta di revisione. Lo studio presentato da Hammond et alii è una caotica commistione di ingegneria genetica, conservazionismo, ingegneria civile, gestionale ed elettronica, e una non poco celata analisi finanziaria, ed - effettivamente - il mio unico contributo significativo ad una revisione di tale manoscritto può solo consistere nel analizzare il caos intrinseco di questa sottomissione, replicando i dati presenti nelle informazioni supplementari.
Incoraggio pertanto l'Editore, qualora non abbia già valutato questa eventualità, ad inviare questo manoscritto anche ad esperti nelle sopra citate discipline.

In merito alla mia analisi dei dati, ho replicato con varie iterazioni le procedure presentate dagli autori. Purtroppo, ad ogni iterazione, il sistema collassa e non permette di giungere alle conclusioni riportate dagli autori. Mi rincresce partire con un commento che può apparire un attacco personale, ma è forte il mio sospetto che gli autori siano stati così preoccupati di doverlo fare che non hanno pensato se dovevano farlo.

Alcune parti del testo sono poco chiare, e suggerisco di rivederle in modo sostanziale.

Riga 23: ometterei il paragrafo su "Mr. DNA", che è poco rilevante. Eventualmente, gli autori possono spostare questa parte nelle Informazioni Supplementari.
Riga 36: le illustrazioni e le figure sono piuttosto carenti: è previsto che si vedano dei pan-aviani, in questo articolo su pan-aviani?
Riga 41: i materiali non seguono comportamenti prestabiliti, o i programmi descritti nel metodo: è questa l'essenza del caos di questo manoscritto.
Riga 82: gli autori omettono di citare gli studi che dimostrano la insostenibilità delle recinzioni qualora venga meno la tensione elettrica. Non accada che io poi debba dire: "quanto mi secca avere sempre ragione!".
Riga 114: è inutile dilungarsi nella descrizione del tracciato dell'impianto elettrico. Molto semplicemente, basta guardare sopra la propria testa, e seguire il grosso fascio di cavi e di tubi che vanno tutti nella stessa direzione.


Infine, gli autori abusano per tutto il testo della locuzione "qui non si bada a spese", sebbene in più punti sia evidente il carente investimento economico sostenuto in termini di sicurezza del personale, gestione e localizzazione dell'impianto elettrico, gestione del sistema di monitoraggio, stoccaggio del materiale genetico, disposizione della segnaletica stradale, posizionamento dei servizi igienici.

Il mio giudizio finale è quindi: major revision.

Cordialmente,

Prof. Ian Malcom
Santa Fe Institute


Revisore #2 (Commenti agli autori):

Dopo aver letto il titolo e l'abstract di questo manoscritto, non posso fare a meno di domandare agli autori come ci siano riusciti. Il mondo delle pubblicazioni scientifiche ha subito cambiamenti così radicali che corriamo per tenerci al passo. Non voglio affrettare conclusioni, ma dico: la paleontologia, la genetica, la conservazione e l'ingegneria, scienze separate da milioni di pagine di pubblicazioni, vengono gettate nella mischia assieme; come possiamo avere la ben che minima idea di cosa possiamo aspettarci?

Nei materiali e metodi, gli autori affermano di aver svolto lo studio in cinque anni, dal momento di concessione dei laboratori dal governo alla implementazione del sistema biologico. Tuttavia, non è credibile che essi abbiano portato il loro studio a regime in soli cinque anni. Il breve paragrafo riportato non fornisce tutte le informazioni necessarie per replicare la loro conclusione.
Gli autori menzionano brevemente la presenza di una dozzina di taxa inclusi nella ricerca, ma poi nell'articolo e nelle informazioni supplementari sono riportate solamente cinque specie. Questa discrepanza deve essere chiarita.
La tassonomia utilizzata nello studio è alquanto idiosincratica: "Velociraptor antirrhopus" è utilizzato solamente da un autore in letteratura. Consiglio di conformare la tassonomia alla maggioranza degli autori in letteratura, per evitare ambiguità interpretative.
Gli autori menzionano nelle note un articolo in preparazione ("Hammond et al. in prep.") nel quale sarebbe riportato un Esperimento B che avallerebbe le conclusioni del presente manoscritto. Per quale motivo i due studi sono separati?
Le illustrazioni utilizzate nell'articolo sono da aggiornare: l'iconografia pare rifarsi alla fine degli anni '80. Incoraggio gli autori, qualora siano intenzionati ad includere ricostruzioni, ad usare illustrazioni più recenti ed aggiornate allo stato attuale delle conoscenze.

Le numerose lacune ed incongruenze, la descrizione scarna e non chiara dei materiali e dei metodi utilizzati, la nomenclatura e l'iconografia non all'altezza degli attuali standard, oltre che una serie di pericolose omissioni, specialmente in termini di sostenibilità ecologica ed ambientale, mi portano ad essere molto critico nella valutazione di questo studio.

In conclusione, dopo attenta considerazione ho deciso di non avallare questo manoscritto.

Prof. A. Grant
University of Denver






05 novembre 2017

Opisthocoelicaudia è Nemegtosaurus?

Un anno fa, Federico Fanti mi mostrò alcune fotografie di una località fossilifera nel sud della Mongolia, che aveva prospettato durante la spedizione internazionale nel Gobi del Agosto-Settembre dello stesso anno. L'obiettivo della spedizione era stato prettamente geologico-cartografico: la mappatura e geolocalizzazione delle principali località fossilifere del Cretacico Superiore della Mongolia, nell'ambito di un progetto volto a monitorare e salvaguardare il patrimonio fossilifero mongolo, in particolare nei confronti dei tombaroli illegali che depredano questi siti per alimentare il mercato nero. Parlerò ancora di questo tema, nel prossimo futuro.

Nello specifico dell'episodio che sto raccontando, Federico e gli altri membri della spedizione avevano combinato i dati di campagna delle spedizioni Polacco-Mongole degli anni '60 assieme alle più recenti immagini satellitari, per localizzare il sito di scavo del dinosauro che prende il nome proprio dalla Formazione Nemegt, Nemegtosaurus mongoliensis.
Nemegtosaurus è basato su un cranio articolato di sauropode, scoperto in un canyon del Nemegt da alcuni membri della spedizione polacca del 1965, e battezzato ufficialmente nel 1971. Alcuni giorni prima di quel giugno 1965, durante la medesima spedizione, era stato scoperto un altro sauropode, in un'altra località, Altan Uul IV: in questo caso, l'esemplare era costituito da gran parte dello scheletro postcraniale. A questo secondo esemplare, nel 1977, sarà dato il nome di Opisthocoelicaudia skarzynskii.
Questi due sauropodi sono basati su elementi scheletrici non sovrapponibili: Nemegtosaurus è noto solo da resti del cranio, mentre Opisthocoelicaudia solamente da parti postcraniali. Pertanto, non è possibile stabilire direttamente le loro reciproche affinità. Data la dimensione comparabile e stretta corrispondenza geografica e stratigrafica, è stato più volte valutato se i due taxa siano sinonimi (ed in tal caso, Nemegtosaurus avrebbe priorità come nome valido). In assenza di elementi ossei sovrapponibili tra i due taxa (ovvero, la mancanza di parti ossee omologhe confrontabili nei due olotipi) la questione sulla eventuale sinonimia tra Nemegtosaurus e Opisthocoelicaudia è divenuta quasi una discussione "filosofica", per cui la sinonimia o distinzione dei due era più una manifestazione delle personali convinzioni (e pregiudizi) tassonomici ed ecologici di chi la sosteneva, piuttosto che un'ipotesi testabile scientificamente. Ripeto: in assenza di elementi ossei direttamente confrontabili, tale sinonimia e tale distinzione restavano solamente ipotesi.
L'ipotesi della sinonimia era smentita (ma non necessariamente confutata) da tutte le analisi filogenetiche recenti, che collocavano i due taxa in rami separati di Titanosauria.
Bisogna sottolineare bene che, in questi casi, l'analisi filogenetica può non essere di aiuto a dipanare la questione, perché l'ipotesi sulla sinonimia dei due taxa deve essere assunta o rifiutata a priori, prima di svolgere una analisi filogenetica, e quindi non è testabile dalla stessa analisi. Nello specifico, sebbene le analisi filogenetiche collocassero i due taxa in rami distinti di Titanosauria, questo risultato era viziato a priori dall'ipotesi che essi non fossero lo stesso taxon (ipotesi implicita nell'inclusione dei due animali come unità tassonomiche separate). Difatti, tale separazione dentro Titanosauria potrebbe solamente dipendere dal fatto che il cranio e il postcranio del medesimo taxon hanno differenti gradi di omoplasia rispetto agli altri titanosauri, e quindi si "collocano" in zone distinte della filogenesi. Per chiarire cosa significa questa "diversa omoplasia", immaginate di analizzare il cranio ed il postcranio di un medesimo theropode come Oviraptor in una filogenesi dei theropodi: è probabile che il cranio (così corto, sdentato e pneumatizzato) risulterà imparentato con gli uccelli, mentre il postcranio sarà collocato in una diversa posizione, non legata direttamente agli uccelli: tale separazione tassonomica sarebbe, ovviamente, un artefatto della separazione a priori delle due regioni anatomiche.
Pertanto, è possibile che sia accaduto lo stesso con Nemegtosaurus e Opisthocoelicaudia?

Solo il ritorno sul campo e l'eventuale scoperta di nuovo materiale indiscutibilmente riferibile ai due taxa e, finalmente, sovrapponibile, avrebbe potuto risolvere la questione.

Questo ci porta alla spedizione dell'Agosto 2016. Combinando le informazioni storiche e geologiche, Federico ha ritrovato il sito di scavo di Nemegtosaurus. La conferma che la località (ri)scoperta sia quella originaria del 1965 viene da "tracce" lasciate dai paleontologi polacchi stessi nel sito, come resti delle attrezzature usate per scavare e trasportare il fossile, o cumuli di pietre usate come "marcatori". Nel sito, fortunatamente, sono presenti alcune ossa, non scavate nel 1965, tra cui alcuni resti di un arto posteriore ed una vertebra parziale. La vertebra, parzialmente preservata, non pare essere una dorsale, bensì una caudale prossimale: dettaglio molto importante, essa è dotata di una marcata convessità anteriore del centro. Ovvero, tecnicamente, si tratta di una vertebra caudale opistocelica: questa è proprio la traduzione del nome Opisthocoelicaudia, ovvero, il sauropode con le caudali opistoceliche, ed è uno dei caratteri diagnostici dell'altro sauropode del Nemegt.
Opisthocoelicaudia è quindi sinonimo di Nemegtosaurus?
Il buon senso e l'istinto mi dicono di sì, ma a rigore la faccenda è più sottile da considerare. Difatti, non è sufficiente che Nemegtosaurus abbia un carattere diagnostico di Opisthocoelicaudia, per rendere i due taxa sinonimi. Anche se penso che alla fine risulterà così, è necessario che si rinvengano anche degli esemplari di Opisthocoelicaudia con resti del cranio, per confermare da ambo i lati la sinonimia.
Qualora, un giorno, si rinvegnano resti cranici di Opisthocoelicaudia, avremmo due possibili opzioni:

  1. Il cranio di Opisthocoelicaudia skarzynskii è indistinguibile dal cranio di Nemegtosaurus mongoliensis: i due taxa sono sinonimi (il nome valido resta N. mongoliensis).
  2. Il cranio di Opisthocoelicaudia skarzynskii è distinguibile dal cranio di Nemegtosaurus mongoliensis: i due taxa sono sister-taxa, sulla base della presenza condivisa di caudali opistoceliche.

Questo risultato è, a sua volta, distinto dalla questione tassonomica che si solleverebbe dall'opzione 2, ovvero, il nome a livello di genere da usare per separare i due eventuali sister-taxa (ovvero, l'inclusione di O. skarzynskii nel genere Nemegtosaurus, come N. skarzynskii, o la conservazione di Opisthocoelicaudia). Questa seconda questione sarebbe molto soggettiva, e non vale la pena dilungarsi a discuterla prima ancora di aver risolto l'opzione 1 rispetto alla 2.

Trovate i dettagli della (ri)scoperta del sito-tipo di Nemegtosaurus in Currie et al. (2017).

Bibliografia:
Philip J. Currie, Jeffrey A. Wilson, Federico Fanti, Buuvei Mainbayar, Khishigjav Tsogtbaatar. 2017. Rediscovery of the type localities of the Late Cretaceous Mongolian sauropods Nemegtosaurus mongoliensis and Opisthocoelicaudia skarzynskii: Stratigraphic and taxonomic implications. Palaeo3 doi:10.1016/j.palaeo.2017.10.035

02 novembre 2017

Luci e Ombre su Ornithoscelida... e sulle sue alternative

Come facilmente intuibile, la pubblicazione di Baron et al. (2017a) sulla rivoluzione in seno alla base di Dinosauria ha generato una serie di ricerche volte a controllare e testare questa ipotesi.
Ci sono vari modi per testare un'ipotesi filogenetica.
Si può controllare che i dati utilizzati siano confermati e corretti.
Si può analizzare i dati utilizzati con metodi alternativi, per testare se il risultato è viziato dal metodo usato.
Si possono includere dati ulteriori, non presenti nello studio originale, per testare quanto l'ipotesi originaria "regga" la prova dei nuovi dati.

Parte del medesimo team che ha proposto Ornithoscelida 2.0, ha recentemente ampliato la loro ipotesi includendo Chilesaurus, da loro considerato come un ulteriore supporto ad un clade comprendente neotheropodi e ornithischi ma escludente herrerasauri e sauropodomorfi (Baron e Barrett 2017). Ho criticato la logica sottostante quello studio, notando che esso è debole sul piano metodologico. Infine, poche settimane fa, Parry et al. (2017) hanno analizzato la matrice di Baron et al. (2017a) usando metodi di ricostruzione filogenetica non usati nel primo studio: questo ultimo studio è una verificazione di Ornithoscelida, ma non si può considerare un test vero e proprio, dato che non aggiunge nuovi dati significativi.
Tutti questi studi si possono considerare come argomentazioni a sostegno di Ornithoscelida.
Ed il fronte avverso? Ovvero, nessuno si fa portavoce di quella ampia maggioranza più o meno conservatrice e quindi a sostegno di Saurischia (ovvero, un legame diretto tra theropodi e sauropodomorfi, escludente gli ornithischi)?

In un breve commento pubblicato ieri, Langer et al. (2017) revisionano l'articolo di Baron et al. (2017a) e ne evidenziano alcuni problemi sia empirici che metodologici. Nello stesso numero di Nature dove è pubblicato Langer et al. (2017) è anche pubblicata la (altrettanto breve) risposta dei sostenitori di Ornithoscelida (Baron et al. 2017b).

Ho letto ambo le due posizioni, e noto che entrambe hanno pro e contro, luci ed ombre.

Langer et al. (2017) hanno ragione nel sottolineare che numerose codifiche di caratteri in Baron et al. (2017a) siano da revisionare, rivedere, correggere o definire in modo più oggettivo. La critica sulla mancanza di alcuni taxa nell'analisi è in parte pretestuosa, dato che il campionamento tassonomico di Baron et al. (2017a) è comunque il migliore portato finora. Menzionare Buriolestes e Ixalerpeton è un poco forzato, dato che i due taxa furono pubblicati nel novembre 2016, e Baron et al. (2016) hanno sottomesso il loro manoscritto nel settembre del 2016. In ogni caso, Langer et al. (2017) hanno ragione a sottolineare le debolezze di metodo nelle analisi di Baron et al. (2017a). Tuttavia, non capisco il motivo, presente nella critica di Langer et al. (2017), di utilizzare argomenti ad hominem rivolti verso gli autori di Baron et al. (2017a): il fatto che gli autori non abbiano visionato parte del materiale ma abbiano fatto riferimento alla letteratura non rende meno validi i caratteri, qualora siano codificati correttamente. Una ipotesi scientifica deve essere analizzata e criticata sul suo contenuto, non sulle modalità con cui gli autori hanno assemblato tale ipotesi. La battuta ad hominen è un espediente retorico che aggira la questione della validità di Ornithoscelida, focalizzando presunte debolezze degli autori invece che analizzando l'ipotesi stessa. Analogamente, il fatto che Langer et al. (2017) tengano a sottolineare che il loro gruppo di lavoro sia formato dai massimi studiosi di dinosauri basali è superfluo, è un altro espediente retorico, un mero appellare un argomento per autorità: in ogni caso, la validità di una ipotesi scientifica non si basa sull'autorità o il prestigio di chi la asserisce, ma sul suo supporto empirico. Penso che Langer et al. (2017) avrebbero potuto esporre la propria posizione critica verso l'analisi di Baron et al. (2017) (critica che io condivido nella grande maggioranza) rimarcando maggiormente le numerose codifiche che essi hanno revisionato, e senza rifarsi ad argomentazioni retoriche, guadagnandone in vera autorevolezza oggettiva.
Detto questo, rimarco che la critica fondamentale sollevata da Langer et al. (2017) sia robusta e da condividere: essi notano la relativa debolezza analitica del dataset di Baron et al. (2017a), e mostrano come esso sia relativamente instabile: la correzione di una ampia serie di codifiche nella matrice di Baron et al. (2017a), apportate da Langer et al. (2017) ha difatti "restaurato" Saurischia.

Ciò significa che la "rivoluzione ornithoscelidana" è stata un fuoco di paglia, e che si torna già al vecchio regime? No. Langer et al. (2017) notano che gli effetti dalla revisione hanno lasciato segni importanti, ed ormai appare evidente che l'edificio di Dinosauria, per quanto robusto nelle fondamenta generali, sia diventato molto fluido a livello di struttura particolare. L'analisi revisionata, difatti, indica che Saurischia ed Ornithoscelida sono due ipotesi statisticamente non-distinguibili, nel senso che anche solo poche correzioni o aggiornamenti nei caratteri possono portare ad uno dei due scenari e invalidare l'altro. Ed il grande numero di fossili e caratteri coinvolti rende praticamente aleatoria l'attuale risoluzione della triplice base di Dinosauria.
Consapevole di questo risultato, la replica di Baron et al. (2017b) è difatti tutta incentrata sulla generale fluidità degli attuali risultati: gli autori notano che è sufficiente aggiornare alcuni caratteri in Pisanosaurus nella matrice "revisionata" di Langer et al. (2017), per demolire nuovamente Saurischia e "ri-stabilire" Ornithoscelida. Ironicamente, Baron et al. (2017b), che avevano ricevuto da Langer et al. (2017) critiche sulla problematicità di varie codifiche, restituiscono il favore e notano delle codifiche discutibili nella matrice di Langer et al. (2017).

Come concludere?
Il problema è da affrontare a due livelli: uno è quello relativo alla analisi particolare sviluppata da Baron et al. (2017a), l'altro è quello, più generale ed importante, delle relazioni filogenetiche alla base di Dinosauria. Il fatto che l'analisi particolare di Baron et al. (2017a) possa essere sbagliata, non è una prova definitiva che l'ipotesi di Ornithoscelida sia falsa.
E qui si torna alla sostanza di questo problema: sia Langer et al. (2017) che Baron et al. (2017b) concludono che le differenze quantitative tra i due scenari principali siano poche e facilmente compensabili con revisioni e modifiche di codifiche. Questo significa che la soluzione della questione non risiede nella analisi filogenetica che è l'oggetto specifico di questa diatriba. La questione è quindi squisitamente paleontologica: abbiamo bisogno di nuovi fossili, nuovi siti, nuove associazioni faunistiche del Triassico e quindi, abbiamo bisogno di più paleontologia sul campo. I tempi quindi non sono ancora pronti per risolvere la questione a livello di analisi, ma a livello di raccolta dati.

Una amara considerazione finale su alcuni aspetti "extra-scientifici" della questione. Premetto che questa è solo una mia considerazione personale, molto - forse troppo - cinica e forse eccessivamente dura, ma sospetto che sia il pensiero di molti altri nel campo.
Tutta la faccenda è nata da un articolo pubblicato lo scorso Marzo sulla più prestigiosa rivista scientifica mondiale (e finita in copertina!), ed avente come oggetto una revisione filogenetica piuttosto piccola (lo spostamento di un clade rispetto al nodo del suo sister-taxon classico), ovvero, un genere di revisioni filetiche che avviene regolarmente in paleontologia, e che normalmente non stravolgono la vita a nessuno. Ma, in questo caso, i nodi coinvolti sono estremamente "popolari", dato che riguardano il clade fossile più famoso e "amato": Dinosauria. Una analoga revisione della base di Ammonoidea, o della base di Trilobita, non avrebbe ricevuto alcuna considerazione mediatica, né copertine né accesi dibatti fuori e dentro l'Accademia. Temo quindi che sia il fervore per pubblicare questa ipotesi (risultata essere un poco prematura) sia la altrettanto rapida risposta di revisione (scritta più per aprire la controversia, piuttosto che per sviluppare una dettagliata revisione dei dati, come ammettono candidamente Langer et al., quando scrivono "Although we note that character definition and delimitation are critical, these would be better addressed in a longer, more detailed study.") siano state dettate più da motivazioni "non-scientifiche". Sia chiaro, non c'è nulla di male nel proporre ipotesi rivoluzionarie, e non c'è nulla di male nel proporle sulla più prestigiosa rivista mondiale. Analogamente, non c'è nulla di male nel preparare in relativa rapidità una breve nota di critica verso quella stessa pubblicazione. Il dibattito è stato aperto, ma non pare essere stato veramente affrontato.
Eppure, forse, se tutta la questione fosse stata discussa più pacatamente, in un contesto meno "pop" ma più rigoroso per l'effettivo valore della questione, ad esempio organizzando dei meeting tra paleontologi interessati all'origine dei dinosauri, forse ci saremmo risparmiati 8 mesi di eccessi mediatici, iperboli, e reciprochi argomenti ad hominem, ed avremmo guadagnato in termini di rigore scientifico.
Mi rendo perfettamente conto che la scienza procede anche per rivoluzioni (o tentativi di rivoluzioni), e le rivoluzioni sono, per definizione, tutto tranne che incontri pacati e moderati. Viviamo in un mondo competitivo, e la scienza è anche competizione.
Eppure, alla fine, sarebbe saggio ricordare a tutti che la diatriba tra Ornithoscelida e Saurischia non è poi così importante come parrebbe tutta l'enfasi, la fretta ed il fevore con la quale la stiamo caricando. Persino in seno alla paleontologia dei vertebrati, ci sono questioni molto più profonde della topologia basale del nodo Dinosauria.
Si corre il rischio di mandare un'immagine superficiale e infantile del nostro lavoro, ridotto a cavillosa e sterile discussione su autoreferenziali dettagli di lana caprina.

Bibliografia:
Baron MG, Barrett PM. 2017 A dinosaur missing-link? Chilesaurus and the early evolution of ornithischian dinosaurs. Biol. Lett. 13: 20170220.
Baron MG, Norman DB, Barrett PM. 2017a. A new hypothesis of dinosaur relationships and early dinosaur evolution. Nature 543, 501–506.
Baron et al. 2017b Reply to M. C. Langer et al. Nature 551, http://doi.org/10.1038/nature24011.
Langer MC et al. 2017 Untangling the dinosaur family tree. Nature 551 doi.org/10.1038/nature24011.
Parry LA, Baron MG, Vinther J. 2017 Multiple optimality criteria support Ornithoscelida. R. Soc. open sci. 4: 170833.

30 ottobre 2017

Jehol Chrome - Compsognathid grade version

Recenti sviluppi nell'analisi dei pigmenti fossilizzati hanno prodotto una piccola (ma significativa) rivoluzione nella nostra visione dei dinosauri. Sebbene limitati a pochi taxa, e a pochi tipi di pigmento, ora abbiamo modo di determinare, anche solo indirettamente, alcune informazioni sulla colorazione in viva di alcuni taxa estinti.

Recentemente, è stato proposto che la distribuzione dei pigmenti in un nodosauride canadese sia un adattamento anti-predatorio. Studi analoghi avevano dedotto una colorazione mimetica in Psittacosaurus. Questo tipo di analisi non si limita alla colorazione dell'animale, ma genera implicazioni sul contesto ambientale dell'animale, dato che non tutti i tipi di mimetismo e colorazione risultano ugualmente adattativi in ambienti differenti.
fonte: Smithwick et al. (2017)

Seguendo questo filone di ricerca, Smithwick et al. (2017) hanno analizzato il primo taxon di dinosauro non-aviale del quale sia noto il piumaggio, l'ormai venerabile Sinosauropteryx prima.
I due esemplari meglio noti di Sinosauropteryx, di taglia leggermente differente, conservano entrambi tracce del piumaggio, sotto forma di impressioni carboniose. Questo piumaggio è preservato con diverse tonalità, distribuite in modo non-casuale sul corpo.
Filamenti più scuri sono presenti lungo il dorso, nella parte posterolaterale del cranio, tra l'orbita e il quadrato, e in fasce alternate lungo la coda. Smithwick et al. (2017) concludono che l'animale in vita avesse quindi una "mascherina" scura sugli occhi, e una coda a bande chiare e scure. Questo pattern cromatico ricorda vagamente alcuni lemuri e viverridi attuali. Gli autori hanno quindi testato gli "effetti" in termini di visibilità della colorazione di Sinosauropteryx in diversi contesti di luminosità e vegetazione. L'analisi conclude che la livrea di questo piccolo theropode costituisca una forma di adattamento ad ambienti relativamente poco vegetati ed aperti, nei quali il contrasto tra la regione dorsale scura e quella ventrale chiara fornisce il maggior grado di mimetismo con lo sfondo. La colorazione a bande della coda è più difficilmente interpretabile, sebbene essa possa essere interpretata in analogia con quegli animali odierni con code simili: è plausibile che la serie alternata di bande verticali "rompa" la silhouette del corpo e attiri i predatori verso la lunga coda piuttosto che verso il corpo e la testa. In ogni caso, la presenza in animali attuali di code con simili forme e colorazioni suggerisce che - qualunque sia la funzione - essa sia comunque una strategia adattativa e non una forma di selezione sessuale, e che tale strategia dovesse agire anche su Sinosauropteryx.
Pertanto, l'interpretazione del piumaggio in Sinosauropteryx fornisce indicazioni sull'eterogeneità ambientale da cui derivano i fossili del Biota Jehol: non soltanto abitanti degli ambienti fittamente vegetati chiusi hanno lasciato tracce fossili nei depositi lacustrini, ma anche rappresentanti di condizioni più aperte dal punto di vista vegetazionale.

Bibliografia:
Smithwick et al. 2017 - Countershading and Stripes in the Theropod Dinosaur Sinosauropteryx Reveal Heterogeneous Habitats in the Early Cretaceous Jehol Biota. Current Biology https://doi.org/10.1016/j.cub.2017.09.032

26 ottobre 2017

Opisthotonic Park

In una famosa scena iniziale di Jurassic Park (1993), veniamo introdotti in un sito di scavo molto di fantasia, nel quale alcuni paleontologi hanno appena estratto - in modo brutale e sconsiderato - un theropode dal sedimento sabbioso (ogni volta che rivedo la scena, quando uno dei paleontologi infila letteralmente la mano dentro la finestra antorbitale per rimuovere la sabbia, grido dal dolore...), mentre altri, sotto un estemporaneo gabbiotto montato sul sito, stanno visionando da uno schermo collegato ad un computer, la scansione di un altro scheletro ancora dentro il sedimento. Fa ridere pensare che con un non ben precisato super-generatore portatile di radiazioni (raggi X?) o di onde acustiche, un altrettanto non ben specificato rilevatore delle onde emesse (collocato... sotto il fossile non ancora scavato?) e, sopratutto, un personal computer del 1993 si potesse generare, rilevare e analizzare in pochi secondi l'enorme mole di informazioni necessarie per elaborare l'immagine che appare sullo schermo...

Ma, Andrea, quello è solo un film! Se per vedere il film accetti la clonazione dall'ambra, puoi anche sospendere l'incredulità nei confronti di queste tecnologie di indagine paleontologica!

Sì, hai ragione, voce fuori campo, ed in effetti non era per sbeffeggiare quel baracchino per scansioni sul campo che ho scritto il post. Invece, vi parlo di quello che appare nel video, elaborato dal baracchino.
Come ci spiega la paleobotanica Ellie Sattler:

"contrazioni post-mortem dei legamenti posteriori del collo: un Velociraptor?"

L'immagine infatti mostra chiaramente un dromaeosauride, adagiato sul fianco destro, e con il collo esteso, ovvero, piegato all'indietro, perché soggetto a contrazioni post-mortem dei legamenti posteriori del collo (il termine tecnico è "postura opistotonica"). Ed, in effetti, quello che appare nel video è proprio un Velociraptor. A ben guardare, infatti, è chiaramente riconoscibile (almeno ai theropodologi come me) che quello che appare nello schermo non è un esemplare a caso, bensì MPC D-100/25, famoso con il soprannome del "Velociraptor combattente" della famosa coppia fossile Velociraptor-Protoceratops.
Quindi, la dottoressa Sattler ha ragione: è un Velociraptor in postura opistotonica. Eppure, c'è qualcosa che non mi torna...
Andiamo a rivedere MPC D-100/25. Il fossile (quello vero) non è preservato in postura opistotonica. Anzi, non può né potrebbe esserlo (come spiego sotto)!
Innanzitutto, basta confrontare la foto della schermata in Jurassic Park con quella dell'esemplare originale, per vedere che i due scheletri sono praticamente identici, tranne che nella postura del collo e della testa. L'animale mostrato nel film ha il collo esteso, ma non iper-esteso, nel senso che la base del collo è parallela al dorso, ed è solo la sua parte anteriore che si estende (si piega all'indietro). La testa, curiosamente, non segue la curvatura anteriore del collo ed è parallela al torace, con la mandibola aperta. L'esemplare originale, invece, ha il collo a "S", non è quindi iper-esteso, e la testa è a sua volta flessa ventralmente e parallela al collo, con le mandibole serrate.


Confronto tra il Velociraptor nella schermata in Jurassic Park e MPC D-100/25: i due esemplari sono identici tranne che nella inclinazione di collo (freccia bianca) e testa (freccia rossa) rispetto al resto del corpo.

Prima di tornare al Velociraptor mostrato nel film, una breve spiegazione tafonomica del perché MPC D-100/25 non potrebbe avere il collo in postura opistotonica: le contrazioni post-mortem e la postura opistotonica si verificano in carcasse immerse in acqua, mentre quelle esposte all'aria e soggette a disseccamento tendono ad incurvare e flettere il collo (Lingham-Soliar 2016). Dato che MPC D-100/25 è preservato in sedimento sabbioso (il sedimento è interpretato come una duna fossile), è chiaro che fu soggetta a disidratazione e disseccamento e non fu immersa in acqua. Interessante che in esemplari di moa mummificati, il collo assuma la postura a "S" come in MPC D-100/25 (Carpenter 2000). Al contrario, la postura opistotonica è tipica dei theropodi fossilizzati in ambiente lacustrino o lagunare (come gli olotipi di Scipionyx e Sinosauropteryx).

E così, ci troviamo nella paradossale situazione che per la scena dello scavo in Jurassic Park, abbiamo fossili estratti da sabbie, fossili visualizzati utilizzando fossili estratti da sabbie (MPC D-100/25) ma che poi, per esigenze sceniche, siano ritoccati graficamente per simulare una postura opistonica.

Quindi, concludendo, in Jurassic Park vediamo una versione ritoccata di MPC D-100/25, con la testa rigirata per simulare in modo più drammatico una contrazione post-mortem dei legamenti del collo, nonostante che le condizioni in cui quel fossile si formò non potrebbero permetterlo.

La Sattler, comunque, è promossa: ha ragione, quello che sta vedendo è un (falso) Velociraptor (con il collo ritoccato per smentire il sedimento dal quale qualche minuto prima avevano estratto un altro Velociraptor) con (false) contrazioni post-mortem.

Bibliografia:
Carpenter K., 2000 - Evidence of Predatory Behavior by Carnivorous Dinosaurs. Gaia 15:135-144.
Lingham-Soliar T. 2016 - Experiments on ostrich decomposition and opisthotonus with implications for theropod dinosaurs. Journal of Zoology doi:10.1111/jzo.12345.

25 ottobre 2017

Lo strano caso del Gallimimus morto sulle sue orme

Online si può trovare sia l'eccellenza sia la ciarlataneria. La seconda, proprio perché ciarlatana, si camuffa e simula l'eccellenza, nella speranza di farla franca. Ma se si è pratici all'eccellenza, la bufala si svela immediatamente.
Online, mi sono imbattuto in un "fake paper", ovvero, un file che a prima vista può sembrare un vero articolo scientifico, con tanto di titolo, autori, formattazione che somiglia stranamente a quella di Nature, figure e bibliografia*. Il "fake paper" è assolutamente privo di senso logico, dato che sostiene che la fossilizzazione delle impronte fossili di dinosauro sia legata a variazioni del campo gravitazionale terrestre!
Una rapida lettura del "fake paper" ci permette di chiarire le fondamenta di questo "studio". Gli autori fraintendono uno studio sulla biomeccanica di Tyrannosaurus, nel quale è testata la possibilità che l'adulto di T. rex fosse in grado di correre (ovvero, mantenere una fase sospesa durante la camminata), e si pongono la domanda assurda del come sia possibile che esistano impronte di dinosauro se i dinosauri non erano capaci di correre. Da lì, parte la loro necessità di trovare una causa "fisica" che permetta ai dinosauri di camminare nonostante l'impossibilità fisica di farlo, che gli autori ritengono sia identificabile dalle impronte fossilizzate, le quali dimostrerebbero una repentina variazione della forza di gravità nel Mesozoico.

Scusa, puoi ripetere?

Ricapitoliamo: nel Mesozoico la gravità era più bassa di oggi, e ciò permetteva ai dinosauri di muoversi nonostante l'impossibilità fisica di farlo con la gravità di oggi. Poi, la forza di gravità aumentò rapidamente al valore attuale e questo portò alla rapidissima litificazione e fossilizzazione delle impronte.

Eh?

Chiariamo fin da subito che questi "ragionamenti" sono pure farneticazioni. Il fatto che l'adulto di Tyrannosaurus possa non essere in grado di correre non implica che fosse incapace di muoversi o di stare in piedi... semplicemente, non correva. Anche gli elefanti non galoppano, ma questo non pare dar loro problemi, e non mi pare che la loro esistenza richieda violazioni delle leggi fisiche. Inoltre, la forza di gravità terrestre non varia significativamente nel tempo, dato che è una funzione della massa del pianeta, e sicuramente non varia in modo istantaneo. In ogni caso, non ha senso pensare che i fossili si formino per variazione della forza di gravità.
La domanda inevitabile è su chi abbia scritto questa assurdità. L'affiliazione dei tre autori sudcoreani di questo ridicolo "articolo" risolve la questione: una chiesa battista con tanto di sito biblico. Ovvero, un gruppo creazionista. Non ho nulla di personale contro le chiese battiste sudocoreane, ma non sono certamente gli istituti qualificati per parlare di impronte di dinosauro, di processi di fossilizzazione o di variazioni nella forza di gravità.

Siccome non voglio dare l'idea di essere ostile verso i sudcoreani che studiano orme di dinosauro, passo direttamente al vero tema del post, un eccellente articolo avente come primo autore un paleontologo sudcoreano. Lee et al. (2017) descrivono un sito ad impronte di theropodi dal Cretacico Superiore della Mongolia. Caso molto raro, in questo sito è anche preservata una zampa posteriore parziale di un Gallimimus. Raramente si rinvengono ossa associate ad impronte, dato che, generalmente, i contesti ambientali che permettono la preservazione delle impronte non sono allo stesso modo ideali per preservare le ossa. La tentazione di vedere nel Gallimimus morto nel sito anche l'autore delle impronte è sicuramente forte, ma sarebbe una grossolana ingenuità. Il solo fatto di avere impronte e ossa nel medesimo sito non implica che esse siano legate da una relazione diretta. Lee et al. (2017) svolgono una eccellente indagine tafonomica del sito, che permette di chiarire le condizioni che hanno prodotto questa associazione fossile. Difatti, le impronte sono conservate in un livello di sabbie (litificate) che è distinto (e più recente) del livello a fanghi (litificati) dove è presevato il piede di Gallimimus. Questo significa che il Gallimimus rimase impantanato e morì in un contesto fangoso (più umido) che precedette la fase sabbiosa (più arida) durante la quale si formarono le impronte. Anche se è molto probabile che le impronte più abbondanti conservate nel livello sabbioso siano riferibili ad ornithomimidi, nessuno degli animali che lasciò quelle impronte è anche il proprietario della zampa conservata nel livello sottostante.

Questo esempio ci ricorda come l'indagine paleontologica debba sempre essere corredata da una analisi tafonomica, ovvero l'indagine sul contesto geologico ed ambientale che ha prodotto e conservato i fossili che rinveniamo. Una lettura "letterale" ed ingenua dei fossili (anche senza arrivare alle farneticazioni gravitazionali), priva del supporto sedimentologico, stratigrafico e tafonomico, è la principale causa delle mistificazioni e favolette che regolarmente sono prodotte e diffuse a proposito dei dinosauri.

Bibliografia:
Hang-Jae Lee, Yuong-Nam Lee, Thomas L. Adams, Philip J. Currie, Yoshitsugu Kobayashi, Louis L. Jacobs, Eva B. Koppelhus. 2017. Theropod trackways associated with a Gallimimus foot skeleton from the Nemegt Formation, Mongolia. Palaeo3 doi:10.1016/j.palaeo.2017.10.020

*Mi rifiuto di citare esplicitamente gli autori o altri dettagli del "fake paper".

16 ottobre 2017

Perché è ingenuo lamentarsi della nuova iconografia dei dinosauri



Giovedì scorso, ho intrattenuto un pubblico appassionato con una presentazione sui dinosauri piumati, nella quale ho usato il tema come "cavallo di Troia" per un discorso sulle categorie biologiche. Durante la presentazione, ho anche mostrato come l'iconografia dei dinosauri sia cambiata continuamente fin dalla loro primissima scoperta negli anni '20 del XIX secolo.
Riflettendo su tale evoluzione iconografica, ho fatto una battuta, che ora elaboro in modo più articolato con questo post.

Le primissime rappresentazioni artistiche dei dinosauri sono figlie della loro epoca. I pochi resti fossili noti dei dinosauri, ancora privi di scheletri decentemente completi, ed un clima culturale non ancora pronto per l'idea di evoluzione come la concepiamo oggi, avevano ispirato rappresentazioni molto fantastiche. I dinosauri, prima ancora di ricevere tale nome, erano quindi gli equivalenti romantici dei draghi medievali.

Quando Owen introduce il termine "dinosauro", lo fa all'interno di una ben precisa strategia ideologica. Egli deve fronteggiare una visione progress(iv)ista e trasformista del mondo biologico (non soltanto di stampo lamarkiano), ed usa i suoi Deinos-sauria, "rettili terribilmente grandi", come prova di una non-linearità della storia biologica, come evidenza fossile inequivocabile che la storia della vita non fu una progressiva marcia verso la perfezione, bensì una arbitraria successione di creazioni e catastrofi, guidata "fuori dal mondo".
L'iconografia del dinosauro oweniano è quindi una idealizzazione para-mammaliana dell'archetipo rettiliano. I dinosauri della metà del XIX secolo sono quindi una sorta di "mammiferoidi squamati", signori di un'età antidiluviana fine a sé stessa, priva di connessioni dirette con le faune attuali.

L'avvento del darwinismo come sistema evoluzionistico maturo, porta all'abbandono del dinosauro oweniano. La scoperta di scheletri finalmente decentemente completi ispira le prime rappresentazioni "canoniche" dei grandi rettili mesozoici. L'avvento di una rapace generazione di paleontologi americani toglie all'Europa il ruolo di guida nella paleontologia dei dinosauri. La fine dell'ottocento e l'inizio del XX secolo rappresentano l'età "classica" della dinosaurologia. Icone come Iguanodon, Stegosaurus, Triceratops, Diplodocus e Tyrannosaurus vengono canonizzate, e le loro forme plasmate anche aderendo ad una visione neolamarkiana dell'evoluzione, che considera gli estremi dimensionali e morfologici dei dinosauri canonici "patologia evolutiva", senescenza della razza, l'espressione evidente di un declino, la drammatica degenerazione della stirpe rettiliana, prossima all'estinzione. Nasce, a livello popolare, l'uso della parola "dinosauro" come dispregiativo, sinonimo di "obsoleto, retrogrado, ipertrofico, fallimentare".
L'iconografia dinosauriana della metà del XX secolo si conforma a questa visione, e genera capolavori fantastici come "The Age of Reptiles" di Zallinger, nel quale i dinosauri, intesi come gigantesche montagne di carne senza cervello, troneggiano nella propria staticità.

La rivalutazione critica della biologia dei dinosauri, avvenuta in area anglosassone tra gli anni '60 e '80 del XX secolo, produce una nuova iconografia dinosauriana. Il "rettile rivalutato" di stampo bakkeriano non è altro che la reazione uguale e contraria alle acefale montagne di carne della generazione precedente. Gli iperattivi Deinonychus di J. Gurche, quasi una versione dinosauriana delle tartarughe ninja, sono irreali quanto i brontosauri impaludati di Zallinger, sebbene per motivi opposti. Ed il suo equivalente cinematografico, il malvagio raptor di Jurassic Park, capace di aprire porte, cacciare in branco con tecniche organizzate, e correre a 80 km/h, è solamente la punta estrema di una volontà di revisionare l'iconografia degli anni '40.

Al pari dei lucertoloni senza vita del 1940, i dinosauri degli anni '90 sono antropomorfici, nella misura in cui manifestano non tanto la biologia di un taxon fossile, quanto le suggestioni e illusioni dei paleontologi del loro tempo.
La rivoluzione piumata degli ultimi 20 anni, in cui viviamo oggi, ha definitivamente demolito la dicotomia rettile-uccello, concludendo quella rivoluzione darwiniana che Huxley aveva provato a introdurre nella dinosaurologia quasi 120 anni prima. Il risultato di questa rivoluzione è stata la progressiva accettazione del piumaggio come componente significativa della biologia dinosauriana. Come tutte le rivoluzioni, all'inizio essa ha generato reazioni ostili, controffensive della parte detronizzata, ma anche molti eccessi. I così detti "feather nazi" sono niente altro che l'estremizzazione della rivoluzione, al pari del raptor strafatto di crack della generazione precedente, ed il tyrannosauro obeso di Zallinger. Ogni generazione ha le sue iconografie estreme. Solo ora, forse, ci stiamo rapportando in modo critico alla multiforme diversità dei dinosauri, e produciamo iconografie mature e consapevoli dell'eterogeneità.

Eppure, molti tra coloro che si appassionano ai dinosauri, e vengono a contatto con la nuova iconografia "piumata", manifestano contrarietà, repulsione e nostalgia.
"I dinosauri erano meglio quando avevo 10 anni", replicano i nostalgici. La reazione è, tuttavia, molto miope. Se avete seguito la storia che ho appena ripercorso, avrete notato che ad ogni momento della vicenda, dal 1830 ad oggi, è corrisposto un particolare canone iconografico.

I dinosauri draconiani di Mantell (anni 1830) sono diversi dai mammalo-morfi di Owen (anni 1860) che sono diversi dai dinosauri senza anima di Zallinger (anni 1940), che sono diversi dai raptor super-eroistici di Gurche (anni 1980) che sono diversi dai nostri "polli giganti" (anni 2010). Ogni età ha avuto la sua iconografia, e lamentarsi della "nuova", rimpiangendo la precedente, è solo il segno di una infantile ignoranza verso una storia continuamente in divenire. Chi rimpiange i dinosauri "alla Jurassic Park" non comprende che anche quelli erano "bizzarrie alla moda" quando furono introdotti e soppiantarono nell'immaginario popolare l'icona precedente.

Non avremo mai una "iconografia definitiva" dei dinosauri. Lamentarsi della forma attuale, rimpiangendo il passato prossimo, significa non comprendere la dimensione storica e contingente delle nostre rappresentazioni, di tutte le rappresentazioni paleontologiche: passate, presenti e future.

01 ottobre 2017

Miti e Leggende post-moderne sui dinosauri Mesozoici: La Devozione verso La Sacra Immagine della Nostra Signora Madonna dei Dinosauri

(c) D. Henderson
Niente si radica nelle nostre menti quanto una visione che conferma le nostre convinzioni più viscerali. E niente è più viscerale in noi mammiferi quanto l'amore per la nostra mamma. Pertanto, quanto deve essere potente e inossidabile nella mente di quei mammiferi che si appassionano allo studio dei dinosauri l'idea che anche i dinosauri avessero delle "buone mamme"? Sospetto che sia così potente da essere immune anche alla contro-prova dei fatti.

Con questa provocatoria (ma non tanto esagerata) premessa, oggi parlo di uno dei più iconici tra i dinosauri degli anni '80, uno di quei taxa marchiati inesorabilmente su una specifica iconografia paleoartistica, iconografia che ha così profondamente incanalato la nostra visione recente dei dinosauri che, ne sono sicuro, le mie parole non appariranno come una analisi critica fondata su dati paleontologici, ma come una ingiuriosa blasfemia iconoclastica.
Parlo di Maiasaura, un hadrosauride soggetto ad una curiosa forma laica di devozione, il dinosauro la cui rappresentazione iconografica sta alla paleontologia dei vertebrati come la iconografia mariana sta al cattolicesimo.

Tutto ha inizio con Horner e Makela (1979), che descrivono l'associazione fossile di numerosi resti di 11 individui giovanili di Hadrosauridae e frammenti di guscio, tutti all'interno di una cavità riempita di sedimento fangoso. I resti non sono associati ad individui adulti, tuttavia scheletri di hadrosauridae più maturi vengono rinvenuti nella medesima località. Le caratteristiche condivise tra esemplari giovanili e l'adulto attestano la conspecificità, e viene istituito Maiasaura peeblesorum.
Horner e Makela (1979) interpretano questa associazione fossile come un nido. Gli autori notano che gli scheletri, pur essendo molto giovani, hanno caratteristiche che permettevano a questi individui di muoversi autonomamente, tra cui una relativa ossificazione delle articolazioni e usura dei denti. Pertanto, Horner e Makela (1979) riconoscono che gli individui sono comunque in grado di muoversi e nutrirsi: questa è pertanto prole ad un livello di "precocità" superiore alla prole inetta. Successivamente, Horner cambierà interpretazione, proponendo uno scenario più radicale, con prole inetta.
Inizialmente, però, Horner e Makela (1979) si chiedono per quale motivo gli esemplari - pur essendo in grado di muoversi - siano tutti comunque confinati nel "nido". Da questa domanda, nasce l'idea che i giovani di Maiasaura tornassero periodicamente al nido, e che fossero nutriti e protetti dai genitori. Da qui alla iconografia di Maiasaura che costruisce nidi, cura le uova, cura i pulcini e passa tutta la vita a fare la brava mamma, il passo è breve.

Tuttavia, l'intera scena si basa su una sola ipotesi, non confermata dai fatti: che i giovani Maiasaura avessere bisogno delle cure dei genitori per nutrirsi, e quindi restassero nel nido per essere sfamati. Eppure, non ci sono prove dirette di associazione tra esemplari giovanili e adulti di Maiasaura. L'unico dato certo è che i giovani Maiasaura erano gregari, e che tendevano a restare assieme a individui della stessa dimensione (ed età, probabilmente i fratelli di nidiata). Il fatto che gli individui siano aggregati in una medesima struttura deposizionale, ci dice che morirono assieme, ma non ci dice se ci fosse un genitore associato a loro. Dato che mortalità di massa in dinosauri giovani è stata documentata in vari contesti e taxa, ed in tutti i casi è stato interpretato come una prova di una aggregazione tra esemplari giovanili (Varricchio et al. 2008), essa non è una prova necessaria o sufficiente di cure parentali con prole inetta. Quindi, non ci sono motivi per ritenere Maiasaura "diverso" dagli altri dinosauri sulla base di una aggregazione tra individui giovani.
Faccio notare che anche qualora fosse scoperta una associazione fossile tra adulti e giovani, questo non implica una prole inetta: coccodrilli, struzzi e polli possono essere rinvenuti assieme agli adulti, ma sono comunque tutti animali con prole precoce. La sola associazione tra giovani e adulti quindi non implica necessariamente cure parentali intense o prole inetta. Difatti, nulla vieta che i membri della medesima nidiata usassero il nido come "tana" o "rifugio" per qualche tempo dopo la schiusa: dopo tutto, esso era probabilmente un luogo relativamente protetto dove passare la prima fase della vita. I "nidi" di Horner quindi potrebbero semplicemente essere una aggregazione di giovani che foraggiavano autonomamente nei pressi del nido per qualche tempo dopo la schiusa, e che usavano il nido stesso come tana. Ciò non implica una partecipazione del genitore (molto più grande del nido stesso) nella tana/rifugio.

Horner (1982) ed Horner e Weishampel (1988) descrivono ulteriori livelli stratigrafici contenenti nidi di hadrosauridi e di un altro ornitopode di grado "hypsilophodontide". Studi successivi dimostreranno che il secondo taxon non è un hypsilophodontide ma un theropode troodontide (Horner e Weishampel 1996). Tuttavia, anche in questi casi, non ci sono prove che i giovani ricevessero cure dirette da parte degli adulti: abbiamo solo prove che gli individui da giovani tendessero a restare con i fratelli, spesso in prossimità del sito di nidificazione. Tutto ciò non implica né richiede cure parentali. Gli autori riconoscono che il secondo taxon (il troodontide) è interpretabile come precoce, mentre per Maisaura ritengono che le ossificazioni distali delle ossa degli arti siano non completamente sviluppate, e che ciò implichi una inettitudine locomotoria, la quale quindi richiedesse cure parentali per la sopravvivenza dei giovani.
Geist e Jones (1996) osservano che l'assenza di ossificazioni in Maiasaura si limita alle estremità cartilaginee delle ossa lunghe, mentre il resto dello scheletro è pienamente ossificato, e che ciò quindi non può essere un argomento per una condizione inetta. Horner (2000) riconosce la validità di questa osservazione, e si focalizzano quindi sulla istologia delle ossa per determinare eventuali differenze tra neonati inetti e precoci.
La questione sullo stato inetto di Maiasaura quindi si riduce fondamentalmente ad un dato istologico, il tipo e grado di ossificazione delle estremità (epifisi) delle ossa degli arti. Horner (2000) quindi confronta l'istologia delle epifisi delle ossa degli arti in Maiasaura e Troodon e conclude che le differenze istologiche tra i due taxa (spessa capsula di cartilagine calcificata in Maiasaura, più sottile capsula distalmente all'osso in Troodon) indichino una ridotta mobilità in Maiasaura. Di conseguenza Horner (2000) conclude che Maiasaura rientra nello stadio "semi-inetto" degli uccelli odierni mentre Troodon sarebbe precoce, secondo la classificazione di Stark e Ricklefs (1998).

Tuttavia, Stark e Ricklefs (1998) producono una classificazione dello stato di inettitudine degli uccelli basato su criteri non applicabili o non-controllabili in Maiasaura:

1- presenza di piumaggio alla nascita: questo non controllabile in Maiasaura. Quindi: incerto.
2- attività locomotoria generica (ovvero, possibilità di muovere qualche parte del corpo): questo è verificato in Maiasaura, che ha la maggioranza delle articolazioni e delle inserzioni muscolari sviluppate alla nascita. Quindi: presente. Ciò smentisce le forme estreme di prole inetta.
3- attività motoria (ovvero, saper camminare). Questo è il parametro che Horner (2000) considera assente in Maiasaura, in base alla istologia delle epifisi. Vedere il mio commento sotto, in merito.
4- tendenza a seguire i genitori. Questo non è verificabile nei fossili: come scritto sopra, non abbiamo prove dirette di interazione coi genitori. Quindi: incerto.
5- cercare il cibo e nutrirsi autonomamente. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Quindi: incerto.
6- avere i giovani nutriti dai genitori. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Nello specifico, il solo fatto che i denti di giovane Maiasaura siano usurati non ci dice nulla su come si sia procurato il cibo. Quindi: incerto.
7- Occhi chiusi alla nascita. Questo carattere non è verificabile in un fossile. Quindi: incerto.

Pertanto, Maiasaura ha sicuramente la condizione 2 (che smentisce la condizione inetta estrema), è ignoto se abbia o no le condizioni 1, 4, 5, 6, 7, e potrebbe non avere la condizione 3. Di conseguenza, tutto l'argomento di Horner (2000) si riduce al fattore 3, all'interpretazione se le epifisi delle ossa lunghe nei giovani Maiasaura fossero in grado di svolgere attività locomotoria.
Secondo Horner, la presenza di una estesa capsula cartilaginea nelle epifisi di Maiasaura precluderebbe una attività locomotoria.

Eppure, altri fossili di dinosauro, a stadi di crescita ben più avanzato dei giovani Maiasaura, mostrano una estesa capsula cartilaginea a livello delle epifisi. Ad esempio, l'olotipo di Mahakala è un piccolo dromaeosauridae morto ad almeno due anni di vita (Turner et al. 2007). Tutte le epifisi degli arti anteriori e l'articolazione distale del femore e quella prossimale della tibia in questo fossile non sono ossificate. Il resto dello scheletro è perfettamente ossificato, e la mancanza di ossificazione nelle epifisi indica che l'animale aveva delle capsule cartilaginee al momento della morte. Questo pattern ricorda i giovani Maiasaura. Seguendo l'argomentazione di Horner (2000), l'olotipo di Mahakala dovrebbe quindi essere stato inetto al momento della morte. Tuttavia, dato che l'animale è un subadulto, come indicato dall'istologia delle ossa, è altamente molto improbabile che avesse passato due anni fermo nel proprio nido, dove avrebbe passato inetto due anni di stadio giovanile e almeno l'inizio dello stadio subadulto, alimentato dai genitori. Nessun animale passa 2 anni fermo dentro il nido.
Ovvero, la presenza di capsule cartilaginee nelle estremità delle ossa degli arti di dinosauri di dimensioni medio-piccole (come giovani Maiasaura e subadulti di dromaeosauridi) non è una prova che questi animali fossero inetti.

Pertanto, l'intera ipotesi che Maiasaura fosse dotato di prove inetta (o semi-inetta, come alla fine conclude Horner 2000) si basa su un singolo dato, la presenza di capsule cartilaginee, il quale non è un vincolo alla locomozione in dinosauri di piccole dimensioni.
Dato che nessuno dei criteri di Stark e Ricklefs (1998) per la prole inetta (o semi-inetta) è soddisfatto in modo inequivocabile in Maiasaura (o in altri dinosauri), l'ipotesi più parsimoniosa è che questi dinosauri fossero precoci, come tutti gli altri archosauri non-aviani.

L'intera iconografia della "Buona Mamma" (che deve portare cibo ai piccoli inetti nel nido) si basa quindi su una interpretazione non-univoca di un singolo fattore istologico che non è vincolante ad uno stato inetto nei giovanissimi, dato che si osserva anche in animali subadulti.
Il mito iconografico crolla, e non per colpa di capsule cartilaginee...

Bibliografia:
Geist NR, Jones TD. 1996. Juvenile skeletal structure and the reproductive habits of dinosaurs. Science 272:712–14.
Horner JR, Makela R. 1979. Nest of juveniles provides evidence of family structure among dinosaurs. Nature 282:296–98
Horner, J. R. 1982. Evidence of colonial nesting and ‘site fidelity’ among ornithischian dinosaurs. Nature 297:675–676.
Horner, J. R. 2000. Dinosaur reproduction and parenting. Annual Review of Earth and Planetary Sciences 28:19–45.
Horner JR, Weishampel DB. 1988. A comparative embryological study of two ornithischian dinosaurs. Nature 332:256–57
Horner JR, Weishampel DB. 1996. Correction to: A comparative embryological study of
two ornithischian dinosaurs. Nature 383:103.
Starck JM, Ricklefs RE, eds. 1998a. Avian Growth and Development, Evolution within the Altricial-Precocial Spectrum. New York: Oxford Univ. Press. 441 pp
Turner, A.H., D. Pol, J.A. Clarke, G.M. Erickson, and M.A. Norell. 2007. A basal dromaeosaurid and size evolution preceding avian flight. Science 317: 1378–1381.
Varricchio, D.J., Sereno, P.C., Zhao, X., Tan, L., Wilson, J.A., and Lyon, G.H. 2008. Mud−trapped herd captures evidence of distinctive dinosaur sociality. Acta Palaeontologica Polonica 53 (4): 567–578.


22 settembre 2017

Paleoarte: una, nessuna, centomila

Ogni volta che scrivo un post in merito alla valutazione di una opera contenente elementi paleontologici, ricevo (qui o sulla pagina Facebook del blog) commenti variegati che tirano in ballo la paleoarte.
Noto che spesso nascono discussioni anche animate sulla parola "paleoarte", sul suo significato e sui suoi ambiti di competenza.
Sinceramente, a me interessa poco discutere su cosa significhi "paleoarte". Sono un paleontologo, non un analista di sub-culture post-moderne. In ogni caso, ho il sospetto che esistano tante definizioni di paleoarte quanti sono coloro che parlano di paleoarte. Pertanto, è inutile e ripetitivo stare dietro a queste discussioni.
Piuttosto, occorre riconoscere che la parola "paleoarte" è ambigua, e che diversi soggetti, autori e contesti usano quella parole con significati differenti. Non sono qui per imporre la mia personale visione di cosa significhi "paleoarte", ma penso sia doveroso che tutti siano consapevoli del pluralismo esistente nel significato e uso della parola.
Farò un esempio, per mostrare come sia saggio acquisire una concezione "fluida" della parola, così che ognuno possa essere tranquillamente libero di usarla nel modo che meglio preferisce (senza rompere troppo le scatole agli altri).

Prendiamo 6 possibili opere aventi al loro interno, in misura variabile, delle informazioni tratte dalla paleontologia.

1- Un disegno che illustra un osso di dinosauro, così come è preservato.
2- Una ricostruzione scheletrica di un dinosauro, basata sui resti noti ed eventualmente completata in base all'inferenza filogenetica.
3- Una ricostruzione in vivo di un dinosauro in un ambiente mesozoico, basati sui dati paleontologici noti, ed in accordo con le leggi della biologia.
4- Un romanzo in cui il protagonista è un paleontologo che scopre un nuovo fossile. Il romanzo include elementi scientifici, ma non include elementi fantastici (Hard Science Fiction).
5- Un romanzo in cui alcune specie di dinosauro vengono riportate in vita grazie all'ingegneria genetica. Il romanzo include elementi scientifici, ed include elementi fantastici non supportati dalle conoscenze scientifiche (Soft Science Fiction).
6- Un romanzo in cui una razza aliena telepatica convive con i dinosauri.

Spero che sarete tutti concordi che queste 6 opere hanno differenti gradi di scientificità e differenti gradi di finzione. Le ho ordinate già in base alla scientificità (dal massimo al minimo) e di finzione (dal minimo al massimo). Tenete bene a mente che gli esempi usati sono volutamente semplici, per ridurre l'ambiguità nella comprensione di questo esempio: la realtà è molto più variegata e complessa, e difatti ci porta a vedere le diverse sfumature di scienza e finzione come le infinite gradazioni dei colori nello spettro visibile.



Se riconoscete che queste gradazioni esistono, allora sarete concordi che ogni opera possa, anche solo grossolanamente, essere collocata lungo lo "spettro di scienza-finzione". A questo punto del ragionamento, che credo tutti fino a qui concorderete, inizia il grosso della incomprensione reciproca. Infatti, se chiedessi ad ognuno di voi di definire la "estensione" della paleoarte dentro quello gamma di colori, è probabile che ricevere una molteplicità di risposte alternative. Tutte probabilmente legittime, ma ognuna particolare e differente.

Ad esempio, la mia personale idea del campo di applicazione della parole "paleoarte" si restinge esclusivamente alla zona gialla della banda cromatica: le ricostruzioni in vivo di organismi del passato. Ma, attenzione: così come è impossibile e ingenuo cercare a tutti i costi il punto esatto in cui "il rosso finisce ed il verde inizia" per fissare i confini del giallo. così non mi perdo in discussioni su dove inizi e finisca la paleoarte. Personalmente, escludo la parte verde e quella rossa, viola e blu. Chiamo questa concezione: Paleoarte in senso stretto.
Tuttavia, è possibile che altri abbiano una concezione più ampia di cosa sia da considerare "paleoarte". Ad esempio, altri includono nella paleoarte anche le ricostruzioni scheletriche, le rappresentazioni dei fossili così come sono descritti. Questa concezione più ampia della paleoarte è quindi una forma di Paleoarte in senso lato: essa è più inclusiva della precedente, ma non contraddice la Paleoarte in senso stretto, semplicemente ammette una maggiore gamma di forme rappresentative da considerare paleoartistiche.

Infine, c'è chi, legittimamente, considera paleoarte qualsiasi rappresentazione culturale che includa elementi paleontologici. Questa concezione comprende quindi anche i romanzi, i film, i giocattoli, i meme, i videogiochi, e qualsiasi prodotto della mente umana che usi ed elabori i risultati della paleontologia. Chiamo questa concezione: Paleoarte in senso latissimo.

Sia chiaro, anche i tre esempi che ho mostrato sono a loro volta solo esempi della ampia gamma di modi con cui si può concepire la parola "Paleoarte". Ognuno ha la propria: quello che è importante è sapere che ci sono molteplici visioni e interpretazioni della parola.

Pertanto, quando si parla di paleoarte, è sempre saggio chiedere al proprio interlocutore quale sia la sua definizione di paleoarte, e cosa vi includa. Ciò, probabilmente, ridurrà di molto le incomprensioni ed i fraintendimenti.

Per la cronaca, ripeto: la mia concezione di paleoarte è sensu stricto (la zona gialla). Sappiatelo, per il futuro, qualora commentiate qui o sulla pagina Facebook del blog.

PS: siccome non ho interesse a conoscere le varie definizioni personali di paleoarte dei vari lettori, né voglio impantanarmi in una discussione sulla discussione, i commenti in questo particolare post sono disattivati.